Scrivere per comprendere

Categoria: Recensioni libri

Tre piani – Eshkol Nevo

Un libro potente che entra dentro e che riesce a trattenere il lettore nell’animo dei personaggi, descritti con grandissima capacità dall’autore.

La storia, tutto sommato, è semplice. In una palazzina di tre piani, dove tutto è ordinato e silenzioso, eretta in una tranquilla zona residenziale della periferia di Tel Aviv, vivono tre famiglie all’apparenza normali. Tranquille appunto.

In realtà dietro alle tre storie famigliari che inevitabilmente si intrecciano, scorrono le vite nel senso più vero e drammatico della sua accezione: scorrono cioè gli eventi, le disgrazie, le sofferenze, i desideri, i tormenti e le pulsioni.

Tre piani appunto, in accordo con la nota teoria freudiane (Es, Io e Super-io), secondo la quale è così è eretto l’edificio dell’anima.

Innegabile la grande capacità di Nevo di penetrare nelle profondità dell’animo umano e di descrivere ambienti e situazioni. L’idea di sviluppare le tre storie diverse attraverso una lunga chiacchierata, una corrispondenza epistolare e le registrazioni a una segreteria telefonica è ottima e dà la misura della capacità e della fantasia dell’autore. Particolarmente bella, a mio giudizio, per la profondità dei sentimenti è la terza e ultima parte.

Da questo libro Nanni Moretti ne ha tratto un film. Mi è piaciuto poco soprattutto a causa dell’ambientazione (Roma invece che Tel Aviv) che ha fatto perdere quell’atmosfera particolare così ben descritta da Nevo. Gli attori, seppur molto bravi, non sono riusciti a trasmettere quell’intreccio di sentimenti e di emozioni che si vivono leggendo le righe scritte dall’autore.

Un chiaro esempio di come, alle volte, la potenza della scrittura riesca a vincere sulla combinazione immagine-recitazione-suono.

Un libro che non si deve leggere con voracità ma va gustato pagina dopo pagina.

Lo sconosciuto delle poste

Aubenas Florence – Feltrinelli 2021

Ho finito una nuova lettura “Lo sconosciuto delle poste” di Florence Aubenas, Edito da Feltrinelli. Il libro è bello, drammaticamente bello e coinvolgente ed è tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto qualche anno fa nella Francia provinciale ex rurale, ora industrializzata. La storia è riproposta dall’autrice che ha seguito per anni il caso giudiziario. Fa riflettere soprattutto la maledizione alla quale sembrano destinate alcune persone che, pur avendo a disposizione capacità e talenti, non riescono a emergere dalle sacche di povertà e di emarginazione cui sembrano predestinati. È come se una ruota del destino li tenesse inchiodati lì, nella ripetizione assurda e improponibile della loro storia, dalla quale non escono, come se fossero trattenuti da una forza superiore. Una forza ignota, fatta soprattutto di pregiudizi e di luoghi comuni ai quali nessuno sembra sottrarsi: né la gente comune né la magistratura. Gli ambienti, i personaggi, il contesto sono ben tratteggiati e offrono al lettore un quadro preciso e circostanziato di tutta la vicenda. Una lettura che mi sento di consigliare.

Riporto l’immagine della sinossi che si trova sulla terza di copertina.

La mattina del 19 dicembre 2008 la vita di Montréal-la Cluse, un borgo al confine con la Svizzera, è sconvolta dall’efferato omicidio di Catherine Burgod. La donna, quarantenne, incinta, viene trovata uccisa con ventotto coltellate nell’ufficio postale in cui lavorava. Dalla cassaforte sono spariti poco meno di tremila euro.

L’ufficio, nel cuore del paese, si affaccia su una via stretta e ha un’unica entrata: eppure nessuno ha visto né sentito niente. Nei dintorni tutti vengono ascoltati, la caccia all’assassino si fa serrata. Il primo indiziato è Gérald Thomassin, un attore, giovanissimo vincitore di un Premio César come promessa del cinema, e già interprete di una ventina di film. La sua vita tra il cinema e la strada, tra la celebrità e i quartieri popolari da cui proviene e a cui sempre ritorna, rappresenta un’incognita per gli abitanti del paese: in fondo, è rassicurante e scontato trovare in lui il colpevole ideale, facile bersaglio per i suoi trascorsi ai margini. Ben presto, l’inchiesta si rivela complessa e irta di ostacoli e, ogni volta che il caso sembra risolversi, le carte in tavola si scompigliano e il mistero si infittisce.

Sono serviti sette anni a Florence Aubenas per delineare questa storia vera, per dare voce alle persone coinvolte, per tracciare il ritratto di un angolo di Francia poco noto, un tempo rurale ma improvvisamente industrializzato e divenuto un crocevia del traffico di droga, per ricreare gli ingranaggi della giustizia e restituire il mondo dei servizi sociali.

Lo sconosciuto delle poste è la storia di un crimine impenetrabile, è il resoconto di un’inchiesta poliziesca e giudiziaria, ma soprattutto è la storia di uomini e donne turbati, feriti, vulnerabili. E della loro dignità.

Gli ultimi giorni di quiete

Antonio Manzini – Sellerio 2020

Un giovane trentenne, Corrado, viene ucciso nella tabaccheria di famiglia nel corso di una rapina, lasciando nella disperazione il padre Pasquale e la madre Nora. La disgrazia sconvolge i genitori al punto che anche il loro rapporto comincia a sfilacciarsi. Il dolore immenso non passa, rimane dentro urente, anche se tenuto a bada in una successione di giorni senza più significato. Soprattutto nella madre che arriva a odiare il mondo e ogni essere vivente.

L’omicida è arrestato e condannato a 15 anni di prigione.

La vicenda comincia quando, casualmente, Nora durante un viaggio in treno, scorge l’assassino di suo figlio in libertà. Sono trascorsi poco più di cinque anni dal suo arresto. L’omicida è stato scarcerato grazie ai numerosi benefici, saldando interamente il suo debito con la giustizia.

Non è così per Nora e Pasquale ai quali la scarcerazione sembra un’ingiustizia oltreché una beffa. Comincia così la storia vera e propria narrata da Antonio Manzini che dimostra, ancora una volta, le sue grandi capacità di scrittore.

Gli ultimi giorni di quiete non è il classico giallo a cui ci ha abituati; è una narrazione perfettamente equilibrata sia dal punto di vista psicologico che della tecnica narrativa. Egli sposta l’attenzione del lettore alternativamente sui tre personaggi: Pasquale, Nora e l’omicida. Entra nel loro animo, nei pensieri, nei sentimenti di ciascuno di loro, tesse le trame della loro storia, e porta noi lettori a vivere con loro le loro storie e a consumare i loro giorni.

Quasi perfetta è l’ambientazione, ben descritti i personaggi, anche quelli di secondo piano e nulla sembra lasciato al caso. Qualche appunto posso farlo solo sulla mancanza di alcune virgole (tecnica oggi molto in uso) che mi ha talvolta costretto a rileggere la frase. Un libro che mi ha coinvolto e che ho particolarmente apprezzato.

Uno stralcio: Quando Pasquale si svegliò era mattina inoltra­ta. Aprì le serrande, c’era il sole, il mare era calmo, una giornata di primavera in mezzo all’autunno. Gli venne da sorridere. Si era sempre vergognato di provare momenti di felicità. Una giornata di sole come quella, una bella partita a calcio in televisione, una chiacchiera con un vecchio compagno di liceo, un libro che lo incollava alle pagine. Quella mattina la scomoda sensazione di non poter sorridere l’aveva abbandonato. Si può, certo che si può. E ti dico la verità, Pasquale, Corrado stesso te lo chiederebbe. Nessuno gli avrebbe mai tolto dal cuore suo figlio, il suo ricordo, dolce e sereno. Se lo sarebbe portato sulle spalle come quando Corrado era piccolo e lo metteva a cavalcioni sul collo e quello rideva da quell’altezza per lui vertiginosa. E sorridere non era mancanza di affetto, non era sporcare il ricordo di Corrado con una distrazione, era vita. Lui era vivo, e quella fortuna andava onorata. Chiamalo destino, disegno divino, coincidenze dell’universo, ma poteva respirare, godersi il tepore del sole autunnale, guardare il mare cambiare colore, sudare, mangiare, bere e ridere. Non rideva da sei anni.