Marco Rodi Scrittore

Scrivere per comprendere

Dalla parte del giurato: gioie e dolori dei concorsi letterari

Quest’anno le opere in concorso arrivate al Premio A.L.A. “Il magnifico lettore”, per la sezione narrativa edita, sono state tante. Troppe, forse, se viste nell’ottica dei valutatori.

Troppe perché il lavoro da svolgere è molto e richiede tanto tempo. È ovvio, ci sono giurie e giurie e ciascuna adotta un suo criterio. Spesso non c’è alcun criterio se non quello di una scorsa al testo e di una scelta così, quasi a casaccio: questo sì, questo no.

Nella mia lunga esperienza di concorrente mi sono imbattuto anche in queste situazioni. Perché io, anche se giurato in questo contesto, sono uno a cui piace partecipare ai premi letterari, e talvolta ancora lo faccio, scegliendo i concorsi letterari che reputo seri o che mi restituiscono la misura del mio lavoro. E, si sa, non sempre si vince e non sempre la tua opera piace. Ma tant’è. In ogni caso, se su un totale di partecipazioni si ottiene un buon numero di piazzamenti nelle vette delle classifiche finali, vuol dire che il lavoro può andare.

Fotografia di una premiazione del premio Letterario A.L.A. 2019

Con gli anni poi si matura quell’esperienza che ci permette un’autovalutazione, ma è necessario che un autore non abbassi mai la guardia e si confronti ripetutamente con gli altri. Per questo è indispensabile leggere, ma anche affidarsi sempre a editor o lettori in grado di darti onestamente le loro impressioni.

Si evita in tal caso quella bolla autistica nella quale ci si rinchiude, credendoci, spesso sbagliando, grandi scrittori incompresi.

In ogni caso noi di A.L.A., costi quel che costi, i libri in gara li leggiamo tutti, partendo dal principio che ogni scrittore mette l’anima nel proprio lavoro e per questo deve essere rispettato.

Si procede per gradi e si affidano le opere alle varie commissioni incaricate di leggerle e, come nello sfogliare una cipolla, si scartano le opere di minore qualità, quelle cioè che hanno ottenuto i punteggi più bassi. Usiamo una griglia di valutazione, frutto di ripetute analisi, confronti e rielaborazioni da parte del Consiglio Direttivo e del Comitato di Valutazione della nostra associazione editoriale. Tale griglia, che è un riferimento anche per ogni manoscritto che ci è proposto, prevede l’assegnazione di un punteggio a 7 criteri oggettivi e 4 soggettivi. A questi criteri, qualora si tratti di una proposta di pubblicazione, si aggiungono alcune righe di commento personale del valutatore, ma vale solo per il Comitato di valutazione.

Per quanto riguarda le opere in concorso, un banale foglio elettronico decreterà la graduatoria finale, dopo mesi di letture e riletture dei libri proposti, evitando un confronto tra i giurati, dove spesso quello più dotato di capacità oratorie cercherà di imporre la propria volontà, quindi il proprio gusto, agli altri. Insomma cerchiamo di essere seri, convinti che la serietà riesce ancora a pagare.

Fin qui, in sintesi, la parte operativa. Adesso mi calo nella parte del membro della giuria.

Durante l’analisi dei testi si notano subito molte cose. Tanti sono gli autori alle prime armi e la loro inesperienza spicca in maniera evidente per lo stile narrativo, per la storia proposta e per la tecnica usata. A monte di queste opere c’è sempre anche l’inesperienza, o la trascuratezza, di alcune case editrici che seguono poco o niente gli autori nella revisione dei testi che loro stesse hanno poi pubblicato. Diverse opere, fortunatamente non tutte, presentano errori grammaticali e refusi vari. Credo sia fondamentale per un autore, prima di affidarsi a una casa editrice, leggere alcune delle opere da loro già pubblicate.

Foto di StockSnap da Pixabay

Non sto, invece, a soffermarmi sul come viene impaginato il libro perché siamo chiamati a valutare il contenuto, ma è evidente che tantissime case editrici non fanno alcun tipo di editing né di revisione di bozza né, tantomeno, ne curano l’aspetto. Si limitano a dare una letta al testo, a togliere gli errori più evidenti e a mandarlo in stampa quasi come gli è stato presentato. Fare un editing e una successiva revisione di bozza costa molto in termini economici e di tempo, ammesso che certe cose si sappiano fare, perché talvolta le anomalie strutturali sono così macroscopiche da lasciare interdetti.

Gli errori che riscontriamo più spesso risiedono nella banalità delle storie, nella ripetizione ossessiva di certi concetti che stanno alla base del romanzo, nella mancanza di ritmo e di capacità di catturare l’interesse del lettore, nella struttura stessa delle frasi e nella mancanza quasi totale di una rielaborazione personale. Se una storia non è scritta solo per far trascorrere ore liete a un eventuale lettore – e lo si capisce subito – deve avere dei contenuti o deve trasmettere dei valori che siano possibilmente anche il frutto di un’elaborazione personale dell’autore.

I dialoghi poi sono il vero punto debole di molti romanzi. Ci sono tecniche ben precise e moltissimi sono i libri che trattano l’argomento e spiegano come scrivere un libro in maniera più efficace. In ogni caso, alla base ci sono la poca cura, la scarsa pignoleria e la mancanza di volontà di aggiornarsi e di migliorarsi sia da parte degli autori che da parte degli editori, in un settore, quello dell’editoria, che è davvero spietato.

Come mi approccio io a un libro? Leggo l’incipit, in media 50 pagine, e mi interrogo. Mi piace? Com’è scritto? È formalmente corretto? Sono pieni di retorica, banalità, luoghi comuni, prediche? Qualcosa mi colpisce in maniera particolare? O mi disturba? Quali sono le emozioni che muove in me? Ho voglia di continuare la lettura o mi annoio? Quindi valuto l’ambientazione, i personaggi, il loro aspetto psicologico, la storia proposta e mi chiedo che cosa l’autore voglia trasmettere con il suo lavoro.

Con le opere scritte male si fa presto, ma capitano anche opere scritte benissimo con una densità e una accuratezza di linguaggio da stupire, perché persone che scrivono molto bene ce ne sono tante. E può capitare anche che un libro, scritto così bene, a un certo punto mi stanchi e che mi faccia passare la voglia di continuarne la lettura. Vuol dire che, a me lettore, è successo qualcosa.

La capacità di un autore, ed eventualmente di un editor, sta anche nel rendersi conto quando qualcosa è troppo e quando un lettore potrebbe avvertire il bisogno di minore intensità, oppure quando la scrittura sta diventando puro esercizio di bella scrittura, priva di emozione.

In ogni caso le situazioni sono tante e così diverse tra loro da dover essere trattate a parte.

E si arriva alla rosa dei cinque finalisti. Sono tutti bei libri, scritti bene, curati, diversissimi tra loro per contenuti e storie, scritti da autori sconosciuti che giocano nelle retrovie di un campionato che li relega tra i dilettanti, quando in realtà potrebbero benissimo confrontarsi con i professionisti. Insomma, io li premierei tutti e cinque. Ma non si può fare, devo scegliere, aggrapparmi a quelle che sono le imperfezioni, devo sforzarmi di trovarle anche se non ce ne sono di macroscopiche o determinanti. Allora mi estraneo dai testi, li sorvolo dall’alto e, operando una valutazione epidermica del tutto personale, mi domando quale potrebbe essere il vero vincitore. E compilo la mia ultima scheda di valutazione, soppesando anche il punto di scarto tra l’una e l’altra.

Il mio compito è terminato. I miei voti, uniti ai voti degli altri membri della giuria, circa 20, finiranno in pasto a uno spietato foglio elettronico che emetterà il suo verdetto.

Insomma, vinca il migliore!

Voglio andare in carcere! Una scelta di libertà

Talvolta ci si imbatte in vere e proprie piccole perle di letteratura che ci vengono in dono da autori pressoché sconosciuti, quelli che fanno parte della cosiddetta editoria minore.

Sarah Salvini, autrice dell’opera, è una di questi.

Giovane avvocato ventiseienne, Sarah decide di fare i due anni di praticantato necessari per accedere alla professione forense, affiancando un penalista di Roma che presta opera di volontariato presso Nuovi Orizzonti, una struttura dedita all’assistenza dei giovani tossicodipendenti. Per questo lascia Livorno, la sua città d’origine, e si trasferisce nella comunità della Capitale dove per due anni svolgerà, oltre all’assistenza legale, varie mansioni come segretaria, educatrice e coordinatrice.

Oggi, dopo oltre vent’anni, donna coniugata e madre di due figli, Sarah Salvini decide di regalarci la sua esperienza. È inutile sperticarsi in lodi sull’opera proposta dall’autrice che alterna pagine del diario di allora ai sentimenti e alle emozioni di oggi. Ciascun lettore potrà valutare la sua testimonianza in accordo con il proprio sentire. Certo è che ogni pagina fa riflettere, certo è che l’autrice oggi non si nasconde agli occhi del lettore, esattamente come non si nascondeva allora.

Prenderò come esempio una sola paginetta, una prosa poetica dal titolo Pietro, scegliendola tra molte altre di analogo spessore. L’ho scelta perché in questa pagina c’è la rappresentazione dell’essere umano in molte delle sue caratteristiche.

Pietro è andato via.
Pietro lo hanno portato via.
Pietro ha chiesto di essere portato via.
E loro sono venuti a prenderselo,
gli hanno messo le manette e se lo sono portato via.
Era questo che voleva, Pietro.
Voleva tornare in carcere,
voleva tornare in cella.
Non gli piacevano gli arresti domiciliari.
Non era stato lui a chiederli.
Glieli aveva imposti il suo avvocato.
Glieli aveva imposti il padre.
La madre no. La madre non l’aveva più.
Forse non l’aveva mai avuta.
In carcere poteva dormire quanto voleva.
In carcere poteva guardare la tv a ogni ora.
In carcere, raccontava, poteva immaginare un modo per fuggire, per evadere.
Pietro era buono, 
era bello,
era un bambino.
Pietro era intelligente,
anche quando fingeva di essere matto.
Pietro era debole,
anche quando fingeva di essere duro.
Pietro era sensibile,
anche quando credeva di essere cinico.
Pietro era solo,
profondamente solo.
Da troppo tempo.
Pietro è andato via.
Gli hanno messo le manette.
Rideva, secondi alcuni.
Era serio, secondo altri.
Io non c’ero.
Io non l’ho visto andare via.
Pietro, non lo dimenticherò mai.

Sbarre alla finestra di una prigione buia.

Mi addentrerò un po’ nel testo sapendo di non essere esaustivo e che le considerazioni che faccio sono mie e che altri potrebbero avere opinioni più profonde, più vere (ma dov’è la verità?) e totalmente diverse.

Dal punto di vista letterario. Quanti modi ci sono per scrivere di un ragazzo che decide di abbandonare la comunità per scontare la pena in carcere? Molti. Infiniti direi. Uno per ogni autore che volesse narrare un fatto del genere.

Perché colpisce il modo di scrivere di Sarah Salvini? Perché è un esempio di scrittura netta, pulita, sentita, sincera, non artefatta che, proprio per questo, arriva diretta al lettore.

Dal punto di vista psicologico c’è la negazione del qui e ora e l’idealizzazione della spinta propulsiva fino all’eccesso, e al paradossale, del progredire, dell’andare oltre, del sognare, dell’essere qui e desiderare altro. Pietro (nome di fantasia) rinuncia al suo regime degli arresti domiciliari, seppur in un contesto sociale amichevole e condiviso, e sceglie di scontare la sua pena in carcere perché lì, tra le sbarre, potrà sognare la libertà. Una scelta che stupisce tutti e che ci porta all’interessantissima considerazione che il sognare la libertà è più bello che averla. Il sognare un luogo ameno, la ricchezza, la fama, un amore, una macchina di lusso, la serenità, la bicicletta o un giocattolo è più bello che godere di fatto del bene agognato. Nel godimento del bene non c’è mai la completezza, c’è la vita di tutti i giorni ad appannarci l’esistenza. E poi, dopo dieci minuti, un’ora, un mese, è la nostra natura a farci buttare via il giocattolo e a farci pensare a qualcos’altro. È la nostra spinta evolutiva, ma anche la nostra condanna.

Dal punto di vista degli altri c’è, accanto allo stupore e al dolore corale dei compagni di comunità, l’osservazione diversa, l’interpretazione dei sentimenti che Pietro prova al momento dell’arresto, visti con gli occhi dei presenti: chi lo scorge spavaldo, chi triste, chi sorridente, chi sereno. Sono proiezioni, è ovvio, ciascuno vede rispecchiati nell’altro i propri pensieri e le proprie emozioni.

Dal punto di vista dell’autrice arrivano netti il dolore per una perdita, la fragilità e la solitudine del ragazzo, l’affetto, il futuro compromesso del giovane, l’occasione perduta e il dispiacere per non essere stata presente. Un rammarico urente, un urlo sommesso, il pensiero che forse una sua parola, insieme alle esortazioni corali, avrebbe potuto fare la differenza. Di sicuro l’autrice si sarà chiesta se il ragazzo è ancora in vita e cosa ricorda di quella scelta coraggiosa. Forse udirà anche le voci dei compagni di cella e le parole di chi lo avrà deriso, di chi lo avrà compreso, di chi si sarà approfittato della sua ingenuità e di chi si sarà messo a sognare con lui. Per non parlare della speranza che Qualcuno abbia dato un senso anche a quella decisione.

Copertina del libro "Via Portoferraio, 9"

Il brano che ho scelto non è che uno dei tanti, una testimonianza di scrittura e di rappresentazione di un mondo che vogliamo ignorare ma che esiste e sul quale dovremmo talvolta soffermarci un attimo a riflettere.

Via Portoferraio, 9 – 653 insieme” di Sarah Salvini – A.L.A. Libri Livorno-Firenze-Siena (2022)

Marco Rodi

http://www.marcorodi.it/

Le immagini sono fornite da Pixabay

La logica algoritmica nella narrativa gialla

Pubblicato da Ala Redazione il 4 Aprile 2022

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Apprestarsi a scrivere un giallo non è affatto impresa facile perché tantissimi sono gli aspetti da prendere in considerazione. C’è una vasta letteratura in tal senso e internet pullula di siti prodighi di suggerimenti, consigli, tecniche e, soprattutto, di regole da rispettare.

Mi soffermerò solo su un punto: la trama e le tecniche per la sua stesura. È chiaro che è l’autore a pensare una storia e a deciderne l’evoluzione, ma è altrettanto chiaro quanto questo aspetto sia tra gli elementi fondamentali e quanta cura esso richieda affinché il prodotto finale sia soddisfacente per il lettore.

Si parte ovviamente dall’idea per passare subito alla costruzione del canovaccio, prima che l’idea stessa evapori. In qualità di ex informatico, non ho potuto fare a meno di constatare come la scrittura della storia sia simile alla logica della programmazione. L’errore infatti è sempre dietro l’angolo. 

Esattamente come si fa nell’implementazione di un algoritmo, o di un programma vero e proprio, occorre tenere conto di tutte le condizioni possibili, anche di quelle più improbabili, pena il malfunzionamento del programma e la restituzione di dati errati.

Nel pensare un giallo, pur essendo chiaro all’autore lo sviluppo della storia, occorre fare un ulteriore lavoro, forse più complesso e articolato rispetto alla stesura di un algoritmo: simulare che l’evento sia vero e poi indossare alternativamente i panni del criminale, al quale farà compiere certe azioni, e dell’investigatore, che s’impegnerà al massimo nell’indagine.

È ovvio che la trama è invenzione dello scrittore, che può svilupparla come vuole in un qualsiasi contesto ambientale, ma non si può assolutamente stilare l’elenco dei passi dall’inizio alla fine, senza prevedere i possibili eventi casuali. Si rischia di arrivare alla soluzione e non rendersi conto che nel ragionamento sono presenti falle, contraddizioni o eventualità che avrebbero potuto portare molto prima alla soluzione del caso. In pratica, rispetto alla scrittura algoritmica, nella stesura della trama di un Giallo è come se ci fosse una controparte (l’investigatore) che nell’indagare reagirà alle azioni definite dall’autore. Un sistema che in un certo qual modo si potrebbe definire dinamico.

Faccio un esempio. La scena si svolge in piena notte, un uomo deve uscire da casa, recarsi in un certo luogo, attraversare una strada oltre la quale compirà un omicidio e, ovviamente, non vorrà farsi scoprire. Bene, due sono le soluzioni. Quella più semplice induce l’autore a descrivere staticamente le azioni una dietro l’altra senza curarsi dei dettagli. L’altra è quella algoritmica.

Ha programmato tutto? Come ha lasciato l’abitazione? A quale ora? Qualcuno l’ha visto uscire di casa? Com’è arrivato sul luogo del delitto? A piedi, in macchina o con quale mezzo? Chi potrebbe averlo visto lungo la strada? È buio e non c’è nessuno. Ne è sicuro? E se invece qualcuno che lui non vede è acquattato da qualche parte? Ha tenuto conto delle possibili telecamere? E il cellulare dove l’ha lasciato? Se l’ha portato con sé, lo sa che potrà essere in seguito tracciato dagli inquirenti? Quale arma userà? È un’arma idonea? In quale modo affronterà la futura vittima, è in grado di aggredirla nella maniera sperata o c’è il rischio di una reazione? Quanto tempo impiegherà a compiere l’omicidio? È realmente compatibile con i tempi necessari al suo ritorno senza rischiare di essere scoperto? In definitiva le domande da porsi prima di ogni azione sono moltissime.

Ecco, è nella stesura della trama che deve intervenire la logica algoritmica dell’autore-programmatore e, a meno che non sia previsto un bug (in informatica, errore di funzionamento di un programma) e che questo sia l’errore voluto che permetterà di incastrare il colpevole, errori di programmazione non ce ne devono essere e tutto deve essere minuziosamente valutato prima. Esattamente come in un algoritmo, la trama deve essere studiata nei dettagli, step dopo step, per evitare quei tanto odiati fatal error  o runtime error che determinano lo stop del programma o peggio ancora la figuraccia dell’autore che non ha previsto, o non ha visto, l’imprevisto.

Marco Rodi

Gli ultimi giorni di quiete

Antonio Manzini – Sellerio 2020

Un giovane trentenne, Corrado, viene ucciso nella tabaccheria di famiglia nel corso di una rapina, lasciando nella disperazione il padre Pasquale e la madre Nora. La disgrazia sconvolge i genitori al punto che anche il loro rapporto comincia a sfilacciarsi. Il dolore immenso non passa, rimane dentro urente, anche se tenuto a bada in una successione di giorni senza più significato. Soprattutto nella madre che arriva a odiare il mondo e ogni essere vivente.

L’omicida è arrestato e condannato a 15 anni di prigione.

La vicenda comincia quando, casualmente, Nora durante un viaggio in treno, scorge l’assassino di suo figlio in libertà. Sono trascorsi poco più di cinque anni dal suo arresto. L’omicida è stato scarcerato grazie ai numerosi benefici, saldando interamente il suo debito con la giustizia.

Non è così per Nora e Pasquale ai quali la scarcerazione sembra un’ingiustizia oltreché una beffa. Comincia così la storia vera e propria narrata da Antonio Manzini che dimostra, ancora una volta, le sue grandi capacità di scrittore.

Gli ultimi giorni di quiete non è il classico giallo a cui ci ha abituati; è una narrazione perfettamente equilibrata sia dal punto di vista psicologico che della tecnica narrativa. Egli sposta l’attenzione del lettore alternativamente sui tre personaggi: Pasquale, Nora e l’omicida. Entra nel loro animo, nei pensieri, nei sentimenti di ciascuno di loro, tesse le trame della loro storia, e porta noi lettori a vivere con loro le loro storie e a consumare i loro giorni.

Quasi perfetta è l’ambientazione, ben descritti i personaggi, anche quelli di secondo piano e nulla sembra lasciato al caso. Qualche appunto posso farlo solo sulla mancanza di alcune virgole (tecnica oggi molto in uso) che mi ha talvolta costretto a rileggere la frase. Un libro che mi ha coinvolto e che ho particolarmente apprezzato.

Uno stralcio: Quando Pasquale si svegliò era mattina inoltra­ta. Aprì le serrande, c’era il sole, il mare era calmo, una giornata di primavera in mezzo all’autunno. Gli venne da sorridere. Si era sempre vergognato di provare momenti di felicità. Una giornata di sole come quella, una bella partita a calcio in televisione, una chiacchiera con un vecchio compagno di liceo, un libro che lo incollava alle pagine. Quella mattina la scomoda sensazione di non poter sorridere l’aveva abbandonato. Si può, certo che si può. E ti dico la verità, Pasquale, Corrado stesso te lo chiederebbe. Nessuno gli avrebbe mai tolto dal cuore suo figlio, il suo ricordo, dolce e sereno. Se lo sarebbe portato sulle spalle come quando Corrado era piccolo e lo metteva a cavalcioni sul collo e quello rideva da quell’altezza per lui vertiginosa. E sorridere non era mancanza di affetto, non era sporcare il ricordo di Corrado con una distrazione, era vita. Lui era vivo, e quella fortuna andava onorata. Chiamalo destino, disegno divino, coincidenze dell’universo, ma poteva respirare, godersi il tepore del sole autunnale, guardare il mare cambiare colore, sudare, mangiare, bere e ridere. Non rideva da sei anni.

Gli angeli e i demoni: i figli del DNA

Osservare il gioco spettacolare della bellezza di una creazione e il formarsi negli anni di un individuo è un qualcosa di straordinario sul quale troppo poco siamo abituati a soffermarci. Così come poco, stando a queste premesse, ci soffermiamo a pensare che tutti, e non in senso metaforico, siamo fratelli perché ciascuno di noi, di fatto, discende dallo stesso incontro primigenio.

Dagli studi effettuati sembra che ciascuno di noi nasca con un patrimonio genetico frutto dell’unione di circa 1500 persone. Cioè per fare noi, proprio noi, sono occorsi 1500 avi che si sono uniti, a partire dalle origini del genere umano fino ai nostri genitori. Uomini e donne che, accoppiandosi in maniera del tutto casuale, hanno “mischiato” i loro DNA per formarne uno nuovo, il nostro, che è il corredo genetico che ci accompagna fin dalla nascita.

Dunque un corredo unico, tra miliardi e miliardi di combinazioni, nel quale c’è scritto quasi tutto di noi, a partire dall’aspetto fisico, dal funzionamento biologico fino alle macro aree del nostro funzionamento psichico.

Ma se nel nostro DNA c’è scritto moltissimo di noi per quanto riguarda l’aspetto fisico e biologico, non è altrettanto dimostrato che sia vero anche per l’aspetto psicologico e della personalità.

Contrariamente a quanto si sosteneva nel secolo scorso, nuovi studi stanno portando avanti la tesi che non proprio tutto è predeterminato nel DNA.

In particolare le neuroscienze e l’epigenetica sostengono che la personalità dell’individuo (l’insieme delle caratteristiche psicologiche e delle modalità comportamentali che distinguono un individuo da un altro) è sicuramente profondamente influenzata dal DNA, ma è anche determinata per una parte rilevante dall’ambiente in cui l’essere umano cresce e si sviluppa. Quindi è abbastanza improbabile che nel genoma di un individuo possano essere codificate per intero la personalità, le attitudini, le varie intelligenze e i campi nei quali mostriamo una maggiore o minore predisposizione. I geni ci daranno indicazioni sommarie sulla probabilità di diventare introversi o meno, riflessivi o impulsivi, e ci diranno se avremo un rischio maggiore di andare incontro ad alcolismo o a depressione in presenza di un familiare di primo grado che soffra di queste patologie. Analogamente non si può affermare che la presenza di alcuni geni particolari siano la diretta conseguenza di comportamenti criminali. Ragionamento che inevitabilmente porterebbe a mettere in discussione il libero arbitrio e sconfinerebbe in altri campi, anche in termini di responsabilità diretta nelle proprie azioni. Sicuramente certe tendenze, nel bene e nel male, sono innate e altrettanto sicuramente gli effetti rimarranno sopiti in mancanza di un ambiente che sappia scoprirli e valorizzarli.

In particolare l’epigenetica, la scienza che studia le mutazioni genetiche dovute agli effetti dell’ambiente, scopre frontiere nuove quando sostiene che sia l’ambiente a modificare in parte alcuni geni. Da qui l’affermazione che il genoma non è una struttura statica, ma dinamicamente modificabile in base alle condizioni ambientali.

Comunque sia, rimane il fatto che, tra miliardi e miliardi di combinazioni, in ciascuno di noi c’è codificato anche il nostro grado (valore) di bontà o di malvagità, che al momento non è definibile scientificamente, ma è chiaramente documentato nella storia dell’essere umano.

È su questo aspetto che vorrei soffermarmi un momento, dato il bruttissimo periodo che stiamo attraversando, quando dolore e sofferenza sono sparsi a piene mani dal dittatore di turno che oggi minaccia l’intera umanità. Non si può che rimanere allibiti di fronte a tanto orrore perpetrato con altrettanta lucida ferocia e non possiamo non stupirci di fronte alla battaglia che milioni di persone stanno ingaggiando per porre rimedio e limitare la malvagità di un singolo individuo. Ma tant’è, è la nostra storia, e tutto rientra nella norma e nelle possibili combinazioni genetico-ambientali.

Dunque, tra i miliardi e miliardi di esseri viventi nei quali il grado di malvagità-bontà è racchiuso in un range unanimemente accettato dalla società, avremo persone che si approssimano al limite della bontà o della cattiveria assoluta. Uso il termine approssimarsi, perché sappiamo che nel concetto matematico di limite esisteranno valori intermedi di cattiveria o di bontà che saranno sempre più vicini al limite, cioè all’assoluto.

A questo punto per definire o immaginare questi assoluti, che l’uomo ha chiamato il Bene e il Male, dobbiamo affidarci, piuttosto che alla logica, alla filosofia, alle religioni, alle credenze o alle superstizioni che appoggiano altrove gli assoluti, sapendo che il limite in una dimensione materiale non potrà mai essere raggiunto, ma un certo valore potrà essere infinitamente vicino. È proprio sui valori di prossimità alla malvagità che vorrei concentrarmi.

Dunque sono i genitori, la scuola, i parenti, gli amici e il contesto sociale che ci danno gli stimoli per il nostro sviluppo. Di conseguenza gli stimoli alla cattiveria o alla bontà assoluta troveranno nel contesto sociale, dove bene e male si fondono, il terreno fertile per proliferare nella direzione indicata nel DNA. 

Esiste un rimedio? È possibile prevenire? Che cosa ci sta insegnando l’orrore della guerra in Ucraina? Come limitare i danni causati da tutti i dittatori grandi e piccoli? Perché, lo sappiamo bene, ogni dittatore crea sempre sofferenza, che sia un “amico” che fa il bullo, un marito violento, un capufficio o un generale di corpo d’armata.

Domande alle quali non c’è un’unica risposta, ma ci sono azioni coordinate da compiere partendo dal concetto di “significato”, cioè quello che ha significato per quell’individuo; un individuo che sia padre, insegnante, medico, musicista, scrittore, giornalista, dirigente d’azienda o capo di stato.

Come s’identifica in quel ruolo? Quale modello di riferimento ha sposato? Su quale strato culturale e morale si appoggiano i suoi sogni e le sue ambizioni? Tu che aspiri a diventare un capo di stato, come vorresti essere? Sei propenso alla cultura, alla musica, alle arti, al benessere dei tuoi cittadini, alla giustizia sociale o sogni il grande impero economico e/o militare conquistato a cannonate?

È a partire da queste domande che una società moderna dovrebbe operare dando i giusti modelli di riferimento, abolendo le manifestazioni di violenza, gli eccessi, la rincorsa al denaro e al potere come uniche mete di significato. In poche parole è necessario spostare i valori da questi di oggi (anche del modello occidentale!) ad altri. Quindi niente di nuovo sotto il sole, sono cose sapute e risapute e predicate fino alla noia. Ciononostante siamo ancora qui a parlarne, con le immagini della morte che scorrono sui nostri telegiornali e le minacce nucleari che si susseguono. Che sia finalmente arrivata l’ora di agire?

Purtroppo è meglio non farsi troppe illusioni.

Il mio scrivere? Come scrittore è l’unica azione che posso intraprendere e, in fondo, è sempre solo il graffio di un pennino su un foglio di carta. Lo so.

18/03/2022

Il ritorno alla barbarie, la coazione a ripetere

Il ritorno alla barbarie, la coazione a ripetere

Da giorni ormai siamo bombardati dalle orribili notizie che ci giungono dal teatro di guerra. Un evento che nessuno di noi avrebbe mai immaginato possibile. Lunghissimi dibattiti in tv si susseguono, ci documentano e tentano di spiegare e motivare l’inspiegabile e l’immotivabile, se non per il banalissimo sfrenato desiderio di potere, di conquista e di sottomissione dell’altro che, guarda caso, è sempre il più debole.

Frotte di esperti, corrispondenti, giornalisti, politici e opinionisti si alternano, parlano e ci illuminano. Tra questi, alcune sere fa, diversi commentatori hanno sostenuto che se Trump fosse stato ancora il presidente degli Stati Uniti, Putin non avrebbe avuto il coraggio di invadere l’Ucraina. Tutti i presenti ne hanno convenuto. Trump, con il suo modo di essere, forse, e sottolineo il forse, sarebbe stato il giusto deterrente temporaneo per Putin. Temporaneo, perché prima o poi Putin avrebbe portato a compimento il suo piano, con le modalità che sono scritte nel suo DNA.

Anch’io ovviamente per un attimo ho condiviso quell’idea, poi mi sono bloccato subito perché mi sono reso conto di essere stato ancora una volta vittima della spinta psicologica e istintuale atavica del genere umano: delegare, affidarsi all’uomo forte, a colui che protegge, leva le castagne dal fuoco e risolve tutti i problemi. Il capo, il potente, per il senso di forza che trasmette, da sempre affascina uomini e donne. Con quel padre ci identifichiamo, a quel padre ci affidiamo. Un modo di pensare, il nostro, di cui non ci rendiamo conto, ma che dà il senso della nostra immaturità e della difficoltà che proviamo nell’affrontare la vita, che ci spinge a seguire un capobranco che, se feroce, non si accontenterà di marcare il proprio territorio e vivere in tranquillità, ma aggredirà, ucciderà e invaderà territori altrui.

Ma chi ci avrebbe difeso poi da Trump? Tutti abbiamo visto negli anni della sua presidenza e con l’assalto finale a Capitol Hill, come ha governato e che cosa è stato capace di fare. Trump ci difende da Putin ma noi, la gente comune, poi dobbiamo fare i conti con Trump e con Putin insieme (e con tutti gli altri prepotenti che stanno prolificando sulla nostra povera martoriata Terra). Il guaio è che è difficilissimo liberarsi in seguito dai prepotenti perché soccombono solo se completamente annientati.

Ogniqualvolta ci affidiamo a un capo, che non sia davvero equilibrato/illuminato, percorriamo inconsapevolmente un cammino a ritroso verso la nostra emancipazione e torniamo alla barbarie.

Dunque non ci rimane che metterci in gioco in prima persona e affidarci alla modestissima democrazia che, beninteso, è fragile, titubante, piena di compromessi e di difficoltà, ma è l’unica strada percorribile. È solo attraverso il dialogare continuo, il mediare e l’ascoltare le voci di tutti, anche delle frange più estreme, quelle più lontane da noi, che riusciremo a progredire.

Permettetemi un’immagine un po’ singolare: la democrazia è come un’enorme camera, dove tutti i letti sono disposti a raggiera dalla parte dei piedi. Un’unica coperta, di forma toroidale (una caramella con il buco, per intenderci) deve coprire tutti. Solo che il buco è più grande del dovuto e non copre tutti e poi c’è chi ha freddo ai piedi e chi invece ha caldo. Chi vuol coprirsi le spalle e chi no, chi ama dormire con i piedi al caldo e le orecchie coperte e chi non ha bisogno della coperta perché non ha mai freddo. Insomma è tutto un tirare da una parte e dall’altra, coprire e scoprire. Dormire (vivere) in un simile contesto è difficile. Ci vorrebbe una figura di polso in grado di mettere ordine. Ecco che si sceglie una persona che, con la fermezza, ci consentirà di limitare le intemperanze di qualcuno e di dormire più sereni. Solo che il guardiano si comporta come il sorvegliante di un collegio dell’800, sta in mezzo al buco, decide l’ora in cui tutti devono dormire e svegliarsi, non permette a nessuno di alzarsi nemmeno per andare in bagno e, al primo movimento, mena vergate a destra e a manca. E picchia anche quelli che involontariamente si muovono nel sonno. Il risultato è che non solo si continua a non dormire, ma non si può nemmeno protestare perché fioccano le legnate. Diventa quindi indispensabile liberarsi del sorvegliante.

E veniamo ai fatti di casa nostra e alla nostra faticosissima democrazia. Tentiamo di elevarci ancora un po’ e andiamo a esplorare sentieri esplorati per caso, con l’obiettivo di migliorare il nostro modo di essere democratici. Cosa che, senza rendercene conto, stiamo facendo. Ritengo che uno dei motivi della nostra ripresa economica sia legata alla pace sociale, che deriva direttamente dalla pace politica. Dopo anni di litigi furibondi, finalmente, tutti intorno al tavolo si discute e si programma il futuro. Sorvolo per ragioni di buongusto sul fatto che siano tutti a tavola a spartirsi la torta dei quattrini che arrivano da Bruxelles. L’esperimento però funziona; in una famiglia dove i genitori sono tranquilli, collaborano e si aiutano, anche i figli vivono tranquilli e tutti danno il meglio di sé. Banale ma vero. Perché ritengo che in una nazione moderna non sia possibile governare con azioni tutte di destra o tutte di sinistra. In quella maledetta camera, con quella maledetta coperta toroidale che non accontenta nessuno, bisogna fare in modo che nessuno tiri troppo a sé. Intravedere una democrazia nuova, libera da ideologie assolute, dove i contrapposti siedono uno a fianco dell’altro forse è il modo di vedere oltre. E magari, con il tempo, il buco centrale della coperta potrà anche restringersi.

Il mio scrivere? Tranquilli, è sempre solo il graffio di un pennino su un foglio di carta. Lo so.

Tre piani – Eshkol Nevo

Un libro potente che entra dentro e che riesce a trattenere il lettore nell’animo dei personaggi, descritti con grandissima capacità dall’autore.

La storia, tutto sommato, è semplice. In una palazzina di tre piani, dove tutto è ordinato e silenzioso, eretta in una tranquilla zona residenziale della periferia di Tel Aviv, vivono tre famiglie all’apparenza normali. Tranquille appunto.

In realtà dietro alle tre storie famigliari che inevitabilmente si intrecciano, scorrono le vite nel senso più vero e drammatico della sua accezione: scorrono cioè gli eventi, le disgrazie, le sofferenze, i desideri, i tormenti e le pulsioni.

Tre piani appunto, in accordo con la nota teoria freudiane (Es, Io e Super-io), secondo la quale è così è eretto l’edificio dell’anima.

Innegabile la grande capacità di Nevo di penetrare nelle profondità dell’animo umano e di descrivere ambienti e situazioni. L’idea di sviluppare le tre storie diverse attraverso una lunga chiacchierata, una corrispondenza epistolare e le registrazioni a una segreteria telefonica è ottima e dà la misura della capacità e della fantasia dell’autore. Particolarmente bella, a mio giudizio, per la profondità dei sentimenti è la terza e ultima parte.

Da questo libro Nanni Moretti ne ha tratto un film. Mi è piaciuto poco soprattutto a causa dell’ambientazione (Roma invece che Tel Aviv) che ha fatto perdere quell’atmosfera particolare così ben descritta da Nevo. Gli attori, seppur molto bravi, non sono riusciti a trasmettere quell’intreccio di sentimenti e di emozioni che si vivono leggendo le righe scritte dall’autore.

Un chiaro esempio di come, alle volte, la potenza della scrittura riesca a vincere sulla combinazione immagine-recitazione-suono.

Un libro che non si deve leggere con voracità ma va gustato pagina dopo pagina.

Lo sconosciuto delle poste

Aubenas Florence – Feltrinelli 2021

Ho finito una nuova lettura “Lo sconosciuto delle poste” di Florence Aubenas, Edito da Feltrinelli. Il libro è bello, drammaticamente bello e coinvolgente ed è tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto qualche anno fa nella Francia provinciale ex rurale, ora industrializzata. La storia è riproposta dall’autrice che ha seguito per anni il caso giudiziario. Fa riflettere soprattutto la maledizione alla quale sembrano destinate alcune persone che, pur avendo a disposizione capacità e talenti, non riescono a emergere dalle sacche di povertà e di emarginazione cui sembrano predestinati. È come se una ruota del destino li tenesse inchiodati lì, nella ripetizione assurda e improponibile della loro storia, dalla quale non escono, come se fossero trattenuti da una forza superiore. Una forza ignota, fatta soprattutto di pregiudizi e di luoghi comuni ai quali nessuno sembra sottrarsi: né la gente comune né la magistratura. Gli ambienti, i personaggi, il contesto sono ben tratteggiati e offrono al lettore un quadro preciso e circostanziato di tutta la vicenda. Una lettura che mi sento di consigliare.

Riporto l’immagine della sinossi che si trova sulla terza di copertina.

La mattina del 19 dicembre 2008 la vita di Montréal-la Cluse, un borgo al confine con la Svizzera, è sconvolta dall’efferato omicidio di Catherine Burgod. La donna, quarantenne, incinta, viene trovata uccisa con ventotto coltellate nell’ufficio postale in cui lavorava. Dalla cassaforte sono spariti poco meno di tremila euro.

L’ufficio, nel cuore del paese, si affaccia su una via stretta e ha un’unica entrata: eppure nessuno ha visto né sentito niente. Nei dintorni tutti vengono ascoltati, la caccia all’assassino si fa serrata. Il primo indiziato è Gérald Thomassin, un attore, giovanissimo vincitore di un Premio César come promessa del cinema, e già interprete di una ventina di film. La sua vita tra il cinema e la strada, tra la celebrità e i quartieri popolari da cui proviene e a cui sempre ritorna, rappresenta un’incognita per gli abitanti del paese: in fondo, è rassicurante e scontato trovare in lui il colpevole ideale, facile bersaglio per i suoi trascorsi ai margini. Ben presto, l’inchiesta si rivela complessa e irta di ostacoli e, ogni volta che il caso sembra risolversi, le carte in tavola si scompigliano e il mistero si infittisce.

Sono serviti sette anni a Florence Aubenas per delineare questa storia vera, per dare voce alle persone coinvolte, per tracciare il ritratto di un angolo di Francia poco noto, un tempo rurale ma improvvisamente industrializzato e divenuto un crocevia del traffico di droga, per ricreare gli ingranaggi della giustizia e restituire il mondo dei servizi sociali.

Lo sconosciuto delle poste è la storia di un crimine impenetrabile, è il resoconto di un’inchiesta poliziesca e giudiziaria, ma soprattutto è la storia di uomini e donne turbati, feriti, vulnerabili. E della loro dignità.

Il ruggito planetario della formica

Non si può rimanere che attoniti di fronte alle notizie di questi giorni. Solo chi conosce un po’ di psicologia e le tipologie caratteriali, ha capito subito l’impossibilità di dialogo con l’imperatore di turno. Le parole non servono con chi vuole a tutti i costi la rissa (in questo caso la guerra).

Ancora una volta si ripropone lo scenario che la storia ci ha insegnato. Conosciamo bene le conseguenze, conosciamo anche l’epilogo che è sempre lo stesso, si modifica un po’, ma tutti gli imperi nascono nella stessa maniera e nella stessa maniera si dissolvono. In genere con la morte dell’Imperatore, spesso nascosto in una buca, in un bunker o in un qualunque rifugio di fortuna. Talvolta è solo, talaltra in compagnia di pochi fedelissimi. Non si scappa da questo scenario. Eppure…

Eppure si ripete sempre, è insito nel genere umano. Gli insegnamenti non illuminano, né i popoli smettono di subire il fascino dell’uomo forte. A lui si affidano e a lui delegano un’estensione del proprio io con l’idea inconscia del io, attraverso te, divento un po’ come te. Tu mi rappresenti là dove io non arrivo a rappresentarmi.

Ogni dittatore ha il suo piccolo o grande regno: una famiglia, un reparto, un’azienda, uno stato, un impero. Su questo esercita la sua nevrosi: l’eccesso di potere, di violenza, di cinismo. Il problema è che, data la tenacia dell’uomo forte, la difficoltà è poi quella di liberarsi dall’oppressore. Pochi sono in grado di difendersi dall’uomo forte, visto come colui, o colei, che protegge, scelto proprio per la sua forza. D’accordo, difende dagli attacchi esterni, ma il difeso dovrà corrispondere con una sudditanza assoluta. Non ci sono ragioni che lo facciano desistere dal raggiungimento di un obiettivo, è un combattente, ama e si nutre dello scontro, non ha pietà e non si ferma davanti a nulla. I film sono pieni di storie con i veri cattivi che non muoiono mai. Alle volte, sempre nei film, tornano in vita anche dopo la morte per colpire di nuovo e per morire insieme al rivale. Questo rende bene l’idea della determinazione.

Il risultato dell’avere un capo come compagno di vita o superiore o governante è un cliché: il dittatore semina sofferenza e dolore. In un ambito più ampio, morte e distruzione.

I nostri tempi sono scanditi dalla comparsa di dittatori, non statisti, e dittatorucoli che ambiscono finire sui libri di storia. Chi rivuole la grande Russia, chi l’Impero Ottomano, chi la grande Cina, chi l’egemonia democratica sul pianeta, chi sogna il ritorno della Mesopotamia, chi il nazismo e così via, all’infinito, uno dopo l’altro. Ciascuno di questi sognatori provoca solo distruzioni, morti e dolori. E ogni volta si fanno proclami, sanzioni inutili, riunioni all’ONU con il solo risultato di emanare, a causa dei veti incrociati, inefficaci risoluzioni. E il mondo sta a guardare quando, invece, tutti gli stati dovrebbero contribuire alla costituzione di un esercito mondiale di polizia, capace di intervenire subito, reprimere e rimuovere dal potere, ai primi cenni di dittatura, il prepotente di turno. Ma così non è e per noi sono il clamore delle bombe e le immagini delle devastazioni e delle sofferenze.

Tanto rumore si spegne, però, e svanisce, se solo ci si alza un po’ in volo; bastano pochi chilometri per non accorgersi più di niente. Il mondo rimpicciolisce sotto il nostro sguardo e si incurva, e l’inutile frenesia umana scompare del tutto. In orbita intorno alla Terra possiamo ammirare il nostro bel pianeta, nei suoi bellissimi colori. È lì, silenzioso e tranquillo, è un’oasi di pace che ci infonde serenità e ci rallegra.

Ma noi vogliamo andare ancora più lontano, dunque aumentiamo la velocità del nostro vettore spaziale per correre velocissimi verso lo spazio infinito. La nostra Terra diventa sempre più piccola mentre noi ci inoltriamo sempre di più all’interno della Via Lattea, la nostra galassia, dove miliardi di stelle, pianeti, gas, polvere, radiazione e materia oscura, sono gravitazionalmente tenuti insieme.

Spazi sterminati, bui ma punteggiati di luci, verso i quali ci dirigiamo, si aprono di fronte a noi. Solo per un attimo ci voltiamo indietro e notiamo che la Terra ormai non esiste più. Ma noi vogliamo andare oltre. Molto oltre. Avremo tanta strada da percorrere e sappiamo che ci occorrerà l’immortalità e un tempo prossimo all’infinito per esplorare tutti i duemila miliardi (duemila miliardi!) di galassie stimate nel nostro universo che, ci hanno detto, continua anche a espandersi.

Proprio perché siamo umani non ci accontentiamo di esplorare il nostro universo, dobbiamo varcarne i confini, andare avanti e immergerci nelle dimensioni altre, le dimensioni parallele, gli ipotizzati multiversi, gli universi coesistenti fuori dal nostro spaziotempo per spingerci là, dove la fisica diventa filosofia, religione, essenza, divinità o Natura.

Dov’è finita adesso la nostra Terra? È scomparsa. Si è persa per sempre e di lei è rimasto solo un granello di polvere che non possiamo vedere tanto è piccolo. Sì, di povere, solo polvere invisibile e abbandonata. Fluttua nel buio del niente, meno di un canottino alla deriva nell’oceano.

Non c’è un altro pianeta che possa accoglierci, una terra promessa, un’isola che compaia all’orizzonte o un sasso che possa ospitarci. Niente, siamo soli, proprio soli sulla nostra piccola, bella e luminosa zattera blu e verde, un caso, un’eccezione o un errore della natura. Oltre, niente è ospitale per noi, è tutto vento cosmico, paesaggi brulli e radiazioni. Perché dunque sporcarla? Saccheggiarla? Distruggerla? Per bramosia di che cosa?

Dunque, dittatore di turno, arraffatore seriale e irragionevole, di fronte a tanta grandezza e a tanta pochezza, quale storia vorresti scrivere? Chi sei tu, in fondo? Chi dovrebbe essere interessato a leggere del tuo brigare per accaparrarti un micron di polvere in più? Non lo sai che la storia scrive quasi esclusivamente di assassini sanguinari? Che ne amplifica le gesta, indorando là dove non c’è niente da indorare. È insieme a loro che vorresti comparire? Sei sicuro? Ma soprattutto sei sicuro di essere davvero un grande? Non è che il tuo è solo il ruggito planetario della formica.

E il mio scrivere? Non è altro che il graffio di un pennino su un foglio di carta. Ma io lo so.

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