I Gialli del Commissario Attenti fanno parte della collana dei gialli di A.L.A. Libri

Chi è il Commissario Attilio Attenti e come nasce

Il nome

Occorrevano un cognome e nome che fossero significativi e adeguati al personaggio che avevo in testa. Il protagonista, pur nella normalità, doveva essere un uomo di spicco e stare quindi in cima a un’eventuale classifica o graduatoria immaginaria. Per questo il cognome doveva iniziare dalla prima lettera dell’alfabeto, la A. Dunque Arcuri, Ammanniti, Amisano, Assante, Argenti…

La scelta è caduta su Attenti, un cognome che riporta la mente all’attenzione intesa come osservazione delle cose e degli eventi e attenzione alla persona, dalla quale è bene guardarsi. Quindi già il cognome induce il lettore a immaginare il commissario come una persona meticolosa, dalla quale però bisogna anche guardarsi.

Il nome è venuto di conseguenza. Attilio, infatti, per assonanza, riporta subito al concetto proposto per il nome.

Il carattere

Attilio Attenti, per coloro che conoscono la classificazione dei caratteri secondo l’enneagramma, è un Otto evoluto. Evoluto nel senso che non è vittima delle passioni, ma che sa gestirle. L’Otto è un capo, un dominatore che tende al comando. Offre protezione e cura agli amici, si assume la responsabilità delle proprie azioni, ma pretende dedizione e rispetto assoluti.

L’Otto non evoluto invece è un tiranno, spesso violento, persecutore, combattente accanito che ama continuare la lotta e non si arrende mai, anche quando il buonsenso consiglierebbe di cambiare strategia, di arrendersi o di mediare. Nei film impersona perfettamente il cattivo che non muore mai.

Gli Otto, proprio per la determinazione che dimostrano, sono affascinanti. La gente tende ad affidarsi, demandando “al capo” l’onere della risoluzione di tutti i problemi, contando sul famoso “tanto ci pensa lui”. Sono definiti anche i lussuriosi nel senso più ampio del termine, cioè inteso come eccesso: di vino, di alcol, di denaro, di droga, di potere, di sesso.

Attilio Attenti è un capo, un Otto evoluto. Utilizza cioè al meglio gli strumenti della tenacia, della forza e del fascino, senza scivolare nella prepotenza e negli eccessi. Ama comandare e fare come gli pare, senza il bisogno di sottomettere e di perseguitare.

Le sue due ali caratteriali lo fanno propendere verso il carattere Due, cioè il donatore, colui che si prende cura dell’altro, in condizione di non stress, e verso il Cinque, cioè l’Osservatore, la chiusura in se stesso, in condizioni di stress. In questo caso Attilio non si espone, sta alla finestra e osserva in attesa degli eventi.

Il personaggio

Il vicecommissario Attilio Attenti è un livornese che interpreta alla perfezione lo spirito livornese. È urticante, intelligente, rispettoso delle leggi, le sue leggi, quelle che ritiene importanti, quelle con la L maiuscola, quelle che mettono al primo posto l’essere umano e che sono dettate dal buonsenso. Quelle stupide, redatte dai burocrati e prive di utilità pratica, le disattende fregandosene delle conseguenze. Odia la violenza e la prepotenza, è deciso e inflessibile con i delinquenti incalliti, tollerante, quando è possibile, con chi sbaglia ingenuamente.

Ma è anche un uomo contraddittorio perché combatte i malvagi, ma lascia la Polizia. Si mette a fare il professore di diritto, ma continua a investigare con gli ex colleghi nei casi più difficili. E mentre professa una fede incrollabile per la legalità, guida come un pazzo il suo scooter senza allacciare il casco. E poi ha un intuito formidabile ed è anche fortunato.

La vita affettiva

Dal punto di vista sentimentale ama le donne svampite, ma non resiste all’intelligenza e all’arguzia delle altre. Per questo i suoi affetti si diramano in tre direzioni: l’anziana madre Ortensia, amante dei fiori e delle piante, ormai vittima della demenza senile; Adriana, la moglie storica, svampita ma non tanto, che vive con la leggerezza necessaria ad Attilio per affrontare le quotidiane brutture dell’umanità. E Lucia, la giovane e bellissima ispettrice di polizia, figlia dell’amato e rispettato commissario Vidoni, deceduto ormai da anni.

E come in ogni essere umano, la sua vita privata non corre affatto parallela a quella professionale, si integra, si intreccia. Se ne accorgerà bene il lettore che si imbatterà nelle sue storie.

La passione

La passione per le moto è viva e fremente in Attilio che, tranne in casi eccezionali non usa la macchina ma si sposta con il suo maxi scooter, lo Yamaha TMax.

Il contesto in cui opera: Livorno

Per capire il Commissario Attilio Attenti occorre per forza avere alcune conoscenze di Livorno, la città in cui è nato, vive e lavora.

Di Livorno si conosce poco perché assurge di rado alle cronache nazionali. Si sa solo che ci sono l’Accademia Navale e un porto tra i più importanti d’Europa dove avvengono i reati maggiori, perlopiù legati al traffico di droga. Per il resto, la città, pur nella sua frenesia, è una tranquilla città di provincia. Il clima è temperato, è battuta dai venti, soprattutto dal libeccio, e ha una bellissima luce. Livorno, adagiata sul mare e circondata dalle verdi colline di macchia mediterranea, è luminosa, belli sono i colori e buoni profumi, soprattutto nei pressi della famosa scogliera del Romito dove sono state girate le scene del film “Il sorpasso”.

Di Livorno il forestiero che vi si trasferisce si innamora quasi subito. Bastano pochi anni di permanenza in città per subirne il fascino. È come una malia che avvolge e imprigiona, dalla quale poi non è facile liberarsi.

Livorno Today – Video Comune di Livorno

Eppure ha molti difetti: gli abitanti sono urticanti come il salmastro del loro mare, e alle spalle non ha una storia antica e importante come le ben più blasonate sorelle toscane (Pisa, Firenze, Lucca, Siena…).

Al lettore volenteroso lascio la facoltà di andare a leggere qualcosa sulla città Storia_di_Livorno.

Dunque una città non antica e cosmopolita. A fasi alterne, grazie alle Leggi Livornine, ricchissima ma anche poverissima. Popoli e genti di varie etnie (ebrei, olandesi, greci, inglesi, armeni) l’hanno abitata e arricchita con traffici e commerci marittimi. Popoli che si sono mischiati tra loro a partire dai primi galeotti che, accettando di venire a vivere nella città che stava sorgendo, hanno conquistato la libertà. Gente ribelle al punto che un distaccamento dell’esercito era di stanza permanente a Livorno (siamo ai primi del 1900) proprio per sedare le numerose rivolte. Una città viva, allora come oggi, dove le radici del socialismo erano già presenti e si fondevano con le numerose logge massoniche (le più numerose dopo quelle di Milano e di Firenze). Una città da sempre di sinistra, dissacratoria, incline alla ribellione, alla contestazione e alla satira graffiante. Alcuni storici attribuiscono al Partito Comunista il merito di aver contenuto proprio questo spirito ribelle, che continua a manifestarsi anche in uno stile di vita poco incline al risparmio, ma molto orientato al godimento immediato e alla rilassatezza.

I livornesi amano tantissimo il mare, le corse e la camminate a passo veloce lungo la passeggiata e tutte le attività sportive in genere, che praticano con diligente assiduità. Amano inoltre la buona tavola e tutte le attività ludiche e culturali possibili e immaginabili.

In pratica i livornesi vivono con l’idea di essere immortali e, allo stesso tempo, temono che domani sarà il loro ultimo giorno di vita. Per questo modo di essere molti considerano Livorno la Napoli toscana. Una filosofia di vita che dà “il sapore della città”; un sapore che si scontra comunque con la maggioranza della popolazione che opera e lavora con serietà e impegno, come nella maggior parte delle realtà italiane.

Un altro dei vantaggi di Livorno è un apparente appiattimento delle distanze sociali. In città non si avvertono le differenze sociali. Le numerose famiglie benestanti non si mostrano, si confondono nella massa e non accendono, di conseguenza, invidie e moti di rivalsa, a tutto vantaggio di una vita sociale più tranquilla. Di molto caratteristico in città c’è la nota Terrazza Mascagni, la statua dei Quattro Mori e il quartiere della Venezia, famoso per il dedalo di canali realizzati alla fondazione della città per agevolare il carico e lo scarico delle merci da bordo delle navi.

Curiosità: il diritto di essere livornese

È una piccola curiosità: un “collega scrittore” mi ha contestato il fatto di aver inventato un commissario livornese non essendo io livornese. Cioè non avendo i titoli per farlo.

La cosa mi ha fatto sorridere, ma mi ha spinto a pormi una domanda: chi è il vero livornese?

Non esiste il vero livornese, storicamente intendo. Se per essere livornesi bisogna essere nati a Livorno, condizione necessaria e sufficiente, allora lo è anche un pisano che è nato per sbaglio a Livorno e che ha sempre vissuto a Pisa. Una condizione che, per i livornesi e i pisani doc, rasenta l’orrore.

Storicamente, lo sappiamo tutti, Livorno non esisteva se non come modesto insediamento preistorico.

Il vero sviluppo della città avvenne per opera dei Medici che, grazie soprattutto alla emanazione delle “Leggi Livornine” (1501) e all’istituzione del porto franco, permisero a numerose comunità straniere, soprattutto di ebrei sefarditi e di commercianti inglesi, olandesi, francesi, corsi, ragusei, greci, armeni, spagnoli, portoghesi, sardi, svedesi, danesi, austriaci, prussiani, di insediarsi e operare in città, organizzati in “Nazioni” e rappresentati da propri consoli, disponendo anche di specifici luoghi di culto e di sepoltura.

Dunque in questo coacervo di popoli chi può definirsi vero livornese?

La Livorno di oggi è il risultato di unioni sanguinee e culturali, di scambi di lingue e di costumi che succedono da secoli.

Che cosa s’intende dunque con l’affermazione: essere livornese? È ovvio, secondo un sentire comune significa essere nati e vissuti a Livorno da un certo numero di generazioni ed essersi congiunti con altrettanti livornesi.

Questa definizione è però in netto contrasto con la genesi stessa dell’attuale livornesità che si mantiene, si alimenta, si modifica e dinamicamente resiste a se stessa proprio in virtù della contaminazione tra culture diverse.

Provo allora a dare una definizione io che sono figlio di padre siciliano e di madre marchigiana, ho nonni emiliani e siciliani, sono vissuto in Valle d’Aosta fino a 14 anni e vivo da quasi 60 anni a Livorno, città della quale ho inevitabilmente acquisito lo spirito e la sudditanza affettiva.

Dunque il livornese più vero è colui che, acquisito lo spirito della città, lo arricchisce con il bagaglio storico e culturale delle proprie origini, indipendentemente dal fatto che sia nato oppure no a Livorno.

È evidente, molti non saranno d’accordo: il rischio del noi e del loro è sempre in agguato.

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Le opere

“Note di morte per il commissario Attenti” Incontri letterari a TeleGranducato TV. Sarah Salvini presenta il libro.