Racconto multimediale in 7 post della durata di poco più di un minuto ciascuno.

Autore del testo: Marco Rodi.
Grafica creata con Adobe Express.
Musica da Adobe Express, da Musely e da Pixabay.

Voce narrante: Danila Talamo.

Elaborazione grafica, testo e immagini: Danila Talamo.

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L’appuntamento

La donna rigira tra le dita il bicchiere quasi vuoto e lo solleva come se potesse leggerci un presagio. La festa del quartiere ribolle intorno a lei: bambini che corrono tra i tavoli, vecchi che discutono di pesca e di sport, l’odore di fritto che si mescola al salmastro del canale. È il vecchio quartiere della Venezia. Lei lo conosce bene, eppure quella sera le sembra un luogo straniero, troppo esposto, troppo pieno di occhi. È la terza volta che viene, che siede al solito tavolo e che aspetta.

Si sistema una ciocca dietro l’orecchio, gesto inutile: la mano le trema appena. Sa che qualcuno la osserva. Sa chi, non sa da dove, ma lo sente come si sente il vento prima che giri. Lui le aveva detto: «In mezzo alla gente sarà più facile». Lei però non ne è più così certa.

Guarda dritto davanti a sé, poi a destra, poi a sinistra. Il bicchiere di plastica con un po’ d’acqua è davanti a lei, muto spettatore.

Si interroga:

«Come sembro ai loro occhi? Sono troppo pensierosa? Se sì, non va bene, vuol dire che sono riflessiva, che sto pensando, e loro non amano i pensatori. Devo sorridere, fingere di distrarmi, ma non troppo; il regime sospetterebbe qualcosa. Devo far credere che la festa organizzata da loro mi piace, che è per il nostro bene. Però non dobbiamo neanche essere troppo felici, superficiali sì. Allora mi guarderò questo anellino che ho al dito. Ho indossato il più misero che ho; averne uno più bello, uno di quelli che mi ha lasciato mia madre desterebbe sospetti e domande. Chi me l’ha dato? Con quali soldi l’ho comprato…».

Nel suo girarsi intorno ogni viso potrebbe essere di un agente in borghese. Ogni risata potrebbe coprire un passo che si avvicina. Ogni ombra potrebbe essere un segnale. Così scruta attentamente, ma con prudenza, tutti gli uomini che vengono verso di lei. A destra e a sinistra.

All’improvviso alza la testa. «Ecco, lui!», esclama.

Tanti anni in clandestinità, una dittatura che non ha fine. Non è proprio come lo ricordava, eppure sembra esattamente lui. Camuffato, sì: la barba lunga, un cappello calato sugli occhi, una giacca che non avrebbe mai indossato. Ma il modo in cui cammina, quel leggero sbilanciamento sulla gamba sinistra, è inconfondibile. E lo sguardo? Quello non lo vede, è nascosto dietro un paio d’occhiali scuri.

Adesso il mondo fuori scompare inghiottito nel niente. Lei si alza. Il rumore della festa si affievolisce; tutto è avvolto nel silenzio. Le batte forte il cuore e ansima per la tensione e la paura.

Due uomini vicino al banco della birra si scambiano un’occhiata. Una donna con un auricolare si volta troppo in fretta.

L’uomo avanza lento, misurato, destreggiandosi tra la gente. Ogni passo è un rischio. Lei prende la sua stessa direzione, cercando di sembrare naturale, entro pochissimo lui la raggiungerà e cammineranno fianco a fianco nel flusso della gente.

Quando sono a pochi metri, lui accenna un sorriso stanco. Lei ricambia, vorrebbe toccargli la mano, sentire che è vivo, che è lì, che non è un fantasma. Ma non può. Non ancora.

Dietro di lui, due figure si muovono in modo troppo coordinato per essere casuale. La donna inspira, si avvicina ancora di un passo, e con un filo di voce dice soltanto:

«Forse di qua si cammina meglio». Lui annuisce. Si voltano entrambi e imboccano un vicolo laterale, come se avessero deciso nello stesso istante di cambiare direzione mentre tutto intorno è frastuono.

Ma la polizia politica è in allerta, e la festa del quartiere, con le sue luci e i suoi colori, si trasforma in un labirinto dove ogni uscita sembra chiudersi un attimo prima che loro possano raggiungerla.

Eppure continuano a camminare, fianco a fianco senza toccarsi, come due sconosciuti che condividono la stessa meta. Perché a volte la fuga non è un gesto, ma un ritmo. E lei, dopo tutto quel tempo, quel ritmo lo ricorda ancora. Percorrono trenta metri, poi un rumore secco, un ordine gridato da qualche parte, e la folla si apre come per obbedire all’ordine di un Mosé qualunque. Gli agenti sbucano da ogni direzione: dai ponti, dai vicoli, persino da dietro il banco del venditore di frittelle e bomboloni. Solo adesso lei ne avverte il profumo intenso, ma è solo un attimo.

Due macchine civetta frenano di traverso, i fari accesi, i lampeggianti sui tetti, aprono la folla con violenza. Qualcuno rimane stretto al muro del vicolo, ma nessuno protesta. Lei capisce subito. Lui invece no, è stordito e si guarda intorno. Come tutti del resto.

Non c’è spazio per correre, né per fingere. In un attimo li separano, li spingono dentro due auto diverse, le mani degli agenti sono sulle loro teste, i polsi bloccati. La festa intorno continua a rumoreggiare, ma è come se fosse lontanissima, in un’altra città, in un altro tempo. Occhi muti li guardano, in molti tremano, altri si allontanano rapidi. La gente è intimorita, la festa è una scusa per distrarre il popolo, perché la dittatura è come l’aria fetida che si spande a mezz’aria, è grigia e si insinua dappertutto e, come il colera, uccide.

Lui non la guarda. Non può. È tutto parte del piano. Lei invece tiene gli occhi bassi, il respiro corto, ma dentro è ferma. Ogni gesto, ogni parola, ogni esitazione è stata prevista. L’arresto doveva essere così: improvviso, teatrale, convincente.

Al posto di polizia li sbattono in due stanze separate, porte pesanti, neon tremolanti, mura scrostate. Lei si siede, le fanno ancora male i polsi per le manette appena tolte. Guarda l’orologio. Una volta. Due. Tre. Mille.

L’interrogatorio è di là da qualche parte. Lei se l’immagina l’uomo che cerca di spiegare, di dire, di supplicare. E loro che invece insistono e picchiano.

“Poveretto”, pensa in un moto di dispiacere, immaginando le labbra rotte, il sangue dal naso, i colpi improvvisi assestati sapendo dove colpire. Il tempo scorre lento, ma non abbastanza da incrinare la sua calma. Lei a un certo punto inspira profondamente, poi un sorriso le attraversa il volto, negli occhi una scintilla di gioia. Lui ormai è al sicuro.

Solo lei sa dove. Solo lei sa quando potrà raggiungerlo. Andrà al porto e penserà a lui, al di là del mare. Tutto il resto è rumore, fumo, distrazione.

Alla fine la porta si apre con un cigolio metallico. Un agente entra, la osserva con un’espressione neutra, quasi annoiata.

«Puoi andare».

Lei annuisce, si alza senza fretta. Non chiede spiegazioni. Non si guarda indietro. Attraversa il corridoio con passo leggero, come se avesse appena lasciato un peso enorme dietro di sé. Il piano ha funzionato, la scelta di un sosia improvvisato è stata la mossa vincente, ma la caccia non è finita. E nemmeno la fuga.